Aspetto multicolore vivo e sfaccettato della Napoli preunitaria

“Le carrozze che nel tardo pomeriggio percorrevano a gran carriera Via Chiaia; le ballerine di tarantella con le loro nacchere; le torreggianti alture e le terrazze dei giardini digradanti nello sfondo; l’isola di Capri accoccolata sulla scintillante linea delle acque; le barche da pesca, le reti, i monelli ignudi che cercavano telline fra gli scogli di Mergellina oppure si tuffavano simili a delfini per ripescare i carlini gettati in mare dagli stranieri; gli ombrosi viali della Villa Reale, dove la brezza tentava invano di strappare dalle statue le foglie di fico; il fertile e cencioso traffico sul Molo, con i cantastorie, i burattinai, i venditori di cento mercanzie, i frati questuanti, i marinai, le risate delle donne, i milioni di arance in arrivo da Sorrento, le sete e i vini solforosi della Sicilia; il frastuono carnevalesco intorno a Castel Capuano; le file di barche sulla spiaggia di Santa Lucia, con i frutti di mare disposti con fine decorativo per stuzzicare l’appetito, insieme a festoni di limoni rischiarati di sera dalle vacillanti lampade; e, di notte, le lunghe collane di diamanti gialli splendenti sullo sfondo di velluto della baia, sotto la minacciosa collina incoronata di fiamme cremisi…questo era l’aspetto multicolore, vivo, sfaccettato di Napoli”.1

Così descrive Napoli lo storico inglese Harold Acton, beninteso, la Napoli preunitaria, la Napoli della dinastia dei Borbone. In proposito, nel suo accurato saggio Gli ultimi Borboni di Napoli, Acton, citando il collega storico e filosofo Thomas Carlyle, così puntualizza: “Dopo tutto, la Storia è la vera Poesia; e la realtà, se interpretata nel modo esatto, è più grande del Romanzo. Anzi, nella giusta interpretazione della Realtà risiede l’autentica poesia. E io presumo di poter asserire senza arroganza che la mia è la giusta interpretazione della storia dei Borboni di Napoli”.2 Una puntualizzazione che lo storico inglese ha ritenuto necessaria, a fronte dell’interpretazione faziosa se non settaria rovesciata sui Borbone dalla storiografia post unitaria, tanto agiografica nei confronti dei Savoia fino a stravolgerne la vera consistenza umana e politica, quanto fanatica nella damnatio memoriae dei Borbone. Purtroppo, come osservato dal grande Denis Mack Smith3, “vi è una tendenza generale a giustificare i vincitori e a condannare i vinti. Io [scrive Acton] ho tentato di ristabilire l’equilibrio”.4

Sappiamo purtroppo come Napoli sia oggi svilita da gente di infimo rango umano e sociale, eppure, economicamente e finanziariamente, Napoli contribuì alla ricchezza dell’Italia Unita più di qualunque altro Stato preunitario. I dati e le cifre sono riportati da Francesco Saverio Nitti in Nord e Sud (1900), come in altri scritti mai confutati.5 In particolare, nella sua Scienza delle Finanze, Nitti fornisce il computo della ricchezza dei diversi Stati al momento dell’unificazione: Regno delle Due Sicilie 443,2 milioni di lire oro, Lombardia 8,1, Ducato di Modena 0,4, Romagna, Marche e Umbria 55,3, Parma e Piacenza 1,2, Roma 35,3, Piemonte, Liguria e Sardegna 27, Toscana 84,2, Veneto 12,7. In tal modo, contro i 443 milioni in oro corrisposti all’atto delle nozze dal Regno delle Due Sicilie, il resto d’Italia, cioè oltre i due terzi della Penisola, non portò in dote neppure metà di quella somma!

Come illustrato da Michele Vocino, inoltre, nel suo libro Primati del Regno di Napoli, c’è da aggiungere che in Italia la prima ferrovia, il primo telegrafo elettrico, il primo faro lenticolare, insieme con un gran numero di altre innovazioni nell’ingegneria e nell’industria, furono dovuti proprio alla Napoli dei

Aspetto multicolore vivo e sfaccettato della Napoli preunitaria

Borbone e in particolare all’energico Ferdinando II, altresì tacciato di essere un retrogrado dalla storiografia ufficiale post unitaria…6

Abbiamo scritto della Napoli odierna troppo spesso svilita dalla bassa ignoranza e doloso malanimo che affligge la Penisola, ma com’era la Napoli preunitaria, la trascorsa Napoli dei Borbone?

Il citato Harold Acton scrive nel suo poderoso saggio che a Napoli nel 1837 affluirono più di settemila stranieri, molti dei quali si fermarono per settimane, se non mesi o anni. Altri stranieri scelsero la città come luogo di cura, in cui ritornare ogni anno. Tali visitatori non erano ossessionati dal fattore tempo, come succede ai turisti di oggi, avendo più danaro da elargire a guide, cocchieri, albergatori, negozianti. L’industria del turismo, in Italia, cominciò a svilupparsi proprio a Napoli, onde i numerosi di libri di viaggi dell’epoca nei quali gli autori dedicavano a Napoli un maggior numero di capitoli, rispetto a tutte le altre città italiane.

Ecco in proposito le impressioni riportate nella capitale partenopea da James Fenimore Cooper7: “Il luogo è inesauribile in fatto di divertimenti all’aperto…Il molo e il lido che si stende dal Castel Nuovo sino al limite orientale della città, offrono straordinari spettacoli”, per concludere dopo aver trascorso l’estate a Sorrento, “considero in genere la popolazione di questo paese una delle più belle che io abbia mai veduto”.8

Più articolato il contributo fornito da Thomas Babington Macaulay, storico e politico britannico, giunto nel 1839 a Napoli dall’India, dove per quattro anni era stato membro del Consiglio Supremo Indiano. Queste le sue impressioni di attento scrutatore dei fatti umani e sociali: “Debbo dire che le descrizioni da me udite in precedenza erano molto imprecise. Qui ci sono meno mendicanti che a Roma e più industrie…Appena entrati a Napoli, vedrete uno stridente contrasto: una differenza come fra la domenica e il lunedì. Qui è evidente che la vita civile è la cosa più importante, mentre la religione è accessoria…Al momento attuale, le mie impressioni sono favorevolissime. Napoli è l’unica città d’Italia dove mi è parso ritrovare quella medesima specie di vitalità che si vede in tutte le grandi città d’Inghilterra. Roma e Pisa sono morte; Firenze non è morta, ma dorme; Napoli invece straripa di vita”.9

Questa era la Napoli preunitaria, come descritta da personaggi di chiaro spessore umano, politico e culturale, l’interrogativo perciò sorge spontaneo, si può dire davvero che la celebrata unità nazionale sia stata un grandioso beneficio per Napoli e l’intero Sud?

Aspetto multicolore vivo e sfaccettato della Napoli preunitaria

Francesco Antonio Schiraldi

_________________________________________________________________________________

1 Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti Martello, Firenze, 1962, pag.400 ss.
2 Harold Acton, ibidem, pag.12
3 Denis Mack Smith (1920 – 2017) è stato uno storico e biografo britannico specializzato nella storia d’Italia.
4 Harold Acton, ibidem, XV
5 Francesco Saverio Nitti (1958 – 1963) è stato un economista, politico, Presidente del Consiglio e più volte ministro.

Aspetto multicolore vivo e sfaccettato della Napoli preunitaria

6 Michele Vocino (1881 – 1965) è stato un uomo politico e saggista, nel suo volume

7 James Fenimore Cooper (1789 – 1851) è stato uno scrittore statunitense molto popolare, la cui opera più famosa è il romanzo L’ultimo dei Mohicani, considerato da molti il suo capolavoro.
8 Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, cit., pagg.176-177
9 Harold Acton, ibidem, pag.177

CULTURA NEL 5°MUNICIPIO: BUONA LA PRIMA

È stata piazza San Francesco a Santo Spirito ad ospitare il concerto della Orchestra Filarmonica Pugliese diretta dal M° Giacomo Pepoli di Molfetta al termine dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima Immacolata della Chiesa Matrice.

Con inizio alle ore 22.00 oltre a musiche d’ascolto, davanti ad un folto pubblico nonostante il vento di maestrale, è stato eseguito un omaggio ad Astor Piazzolla nel centenario della sua nascita e brani di Nino Rota ed Ennio Morricone.


Vivo apprezzamento è stato espresso dal Presidente del 5° Municipio Vincenzo Brandi che ha lanciato l’idea di far suonare al completo l’Orchestra Filarmonica Pugliese composta da oltre 30 elementi che il mese scorso ha ricevuto un prestigioso riconoscimento dal Ministero della Cultura retto dall’ On. Franceschini.

Anche il parroco Don Fabio Campione nel ringraziare l’Accademia delle Culture e dei Pensieri del Mediterraneo ha evidenziato che grazie a questi concerto la piazza di Santo Spirito e diventato un salotto musicale a cielo aperto e si è augurato che tale esperienza si possa replicare. In rappresentanza della Commissione Cultura del 5° Municipio è stato presente il Consigliere Cesare Rizzo.

SPLENDIDA TRIGGIANO: LA NOTTE BIANCA DELLA POESIA nell’antica PIAZZA DEL MERCATO

Quanto è bella Triggiano. La Notte Bianca della Poesia fa tappa in Largo del Mercato sotto la guida di Felice Giovine .

Sentirsi in un luogo dove il tempo non ha più potere e ha cristallizzato gli animi e gli eventi e le sensazioni.

Per una sera qui vecchio e moderno, più che un’età, stabiliscono i confini delicati di sentimenti che si rincorrono al ritmo delle parole dei poeti dialettali che rappresentano la lingua della propria terra, dei loro genitori, dei loro nonni.

Una operazione di libertà e creatività che trae la sua forza dalla storia e dal desiderio equilibrato e geniale di non cancellare il passato e di porgerlo con garbo a chi ha ancora voglia di fare uso di un linguaggio antico che è riflessione onesta del nostro vissuto ed è vita sapienziale.

Un luogo che ha respirato aria nuova anche grazie a una musica preziosa e ricca di armonia.

A far rivivere questo borgo antico e incantato, la Giunta del Comune di Triggiano.

Un sentito grazie al Sindaco Antonio Donatelli, all’assessore alla Cultura Raffaella Palella e all’assessore ai Servizi Sociali Annamaria Campobasso.

Nicola De Matteo

Foto Nicola Volpicella

La serata del Premio Intenazionale di Poesia “Culture del Mediterraneo”

La vincitrice del Premio con la poesia “Lettera ad un figlio” – Maria Francesca Lisi

Un vero connubio tra poesia e danza quello di ieri sera all’Istituto Vittorio Emanuele II di Giovinazzo, presentato dalla nostra Vice Presidente Angela Di Liso.

Sono state declamate, dalle lettrici dell’Associazione di Promozione Sociale “L’Ora Blu”, le 7 poesie finaliste del premio, davanti a 100 giurati.

Anche quest’anno, la giuria popolare ha confermato il verdetto della giuria tecnica per il primo posto, infatti la poesia vincitrice della seconda edizione Del “Premio Internazionale di poesia CULTURE del MEDITERRANEO” è

“Lettera ad un figlio” di Maria Francesca Lisi

il 2° posto è andato alla poesia “Vita, Viva” di Roberta Carlucci,

il 3° posto è andato alla poesia “Terra Madre” di Antonella Vairano

successivamente abbiamo le poesie:

“A Teresina Gallo” di Onofrio Arpino

“Fioritura” di Addolorata Laera

“Nel corso del tempo” di Zosi Zogafridou

“Vecchie carte” di Paolo Polvani.

Inoltre sono assegnate le menzioni di merito per le poesie:

“L’ultimo canto” di Concetta Antonelli

“Ci vuole la vita” di Dina Ferrorelli

“Ciò che non è mai vissuto” di Laura Grazia Campanale

“Ulivo” di Fabio Posa

E i premi i speciali attribuiti rispettivamente da Nicola De Matteo e Gianni Antonio Palumbo alle poesie:

“Il mare invoca” di Letizia Cobaltini

“Queen Mary’s Gardens” di Alberto De Nucci

La serata è stata resa ancor più incantata dalla performance di danza della Compagnia Altra Danza con PLAYROOMX4 e le Coreografie di Mimmo Insalata.

Un grazie particolare va ad Elisa Barucchieri e Maurizio Argàn che hanno voluto cominciare il Festival “Voci dell’anima” in questa serata.

Premio Internazionale di Poesia CULTURE DEL MEDITERRANEO

Dopo un lungo lavoro, tra le tantissime poesie arrivate, è stata designata la prima rosa delle poesie finaliste. La Giuria Tecnica formata da:

Prof.ssa Elena Diomede,
Dott. Zaccaria Gallo,
Poetessa Paola Lucarini,
Dott. Onofrio Pagone,
Prof. Gianni Antonio Palumbo,
Prof. Agostino Giuseppe Picicco,
Prof.ssa Giulia Poli Disanto,
Prof.ssa Anna Santoliquido,
Prof. Mario Sicolo,
Prof.ssa Santa Vetturi,

annuncia che le poesie finaliste sono:

A Teresina Gallo di Onofrio Arpino

Fiorutura di Addolarata Laera

Lettera ad un Figlio di Maria Francesca Lisi

Nel corso del tempo di Zosi Zografidou

Terra madre di Antonella Vairano

Vecchie carte di Paolo Polvani

Vita viva di Roberta Carlucci

Le suddette Poesie finaliste saranno votate da una giuria popolare il 23 Giugno 2021 alle ore 20,30 presso l’istituto Vittorio Emanuele a Giovinazzo.

Dall’attuale rosa verranno eletti i vincitori del primo, secondo e terzo posto. Durante la serata verranno assegnate le Menzioni di merito per la poesia

L’ultimo canto di Concetta Antonelli

Ci vuole la vita di Dina Ferorelli

Ciò che non è mai vissuto di Laura Grazia Campanale

Ulivo di Fabio Posa

e il Premio Speciale di Gianni Antonio Palumbo – Direttore Artistico della Notte Bianca della Poesia

per la poesia Queen Mary’s Gardens di Alberto De Nucci

e di Nicola De Matteo – Presidente dell’Accademia

per la poesia Il mare invoca di Letizia Cobaltini. 

Durante la serata interverà Elisa Barucchieri con la ResExtensa dance company

Le poesie finaliste saranno declamate dalle Lettrici della Associazione di promozione sociale L’Ora Blu

NELLA VALLE D’ITRIA IL SOLE E L’ORO

di Fabio STRINATI – Nuova Palomar edizioni

Mi sono accostato con timore e riverenza a questa silloge di Fabio Strinati perchè volevo cogliere il senso alto di uno scrittore marchigiano che si “avventura” a comporre versi ispirato dalla terra di Puglia. Dico subito che l’originalità del libro è la mancanza di titoli alle poesie. Nessuna ha un titolo o un numero indicativo, per cui appare come un continuo dialogare con i luoghi e la memoria. Strinati sa comunicare sensazioni preziose al lettore attento. Ed anche a quello distratto. La struttura del libro, di poco più di cento pagine, è omogenea e contempla l’intreccio di tante vicende individuali, spesso interrotte e poi riprese. La visione di stati d’animo e paesaggi in un continuo intersecarsi di piani temporali diversi eppure non distinti nelle forme verbali. Il procedere – lento – diventa ricco di suggestioni, non solo per i luoghi, ma per la natura, per gli animali contestualizzati (la volpe, la lepre scaltra, le cicogne bianche, la civetta…), in contorni reali che ne accentuano il fascino. E il nostro si lascia volentieri rapire: “Il canto della pioggia…che si propaga nell’armonico paesaggio”. Un altro tema del libro è l’amore. Esso ha nel cuore di Fabio Strinati un posto importante. L’ampiezza data all’argomento è da mettere in rapporto alle diverse situazioni che incontra percorrendo strade della memoria che diventano metafore della vita. Il verso, nitido e scabro, ha un respiro breve e mai franto e traduce bene l’animo sensibile del poeta. Si possono disteinguere diversi piani espressivi con un intreccio virtuoso di spunti lirici che, talvolta, incantano. Linsistenza lessicale, talvolta, riassume in sé la magia di quei luoghi che diventano segni di speranza: “Nel cielo aperto, le cicogne bianche nei sogni sconfinati, e quel pennello diàfano che volteggia nel riflesso dell’anima, s’apparta nel destino, abile creatura”. La Valle d’Itria diventa, quindi, luogo dell’anima “fra l’eterno e il tempo”, così come i ricordi di una giovinezza felice riflessa “in uno stagno” dove “rivedo la luna” in una sera che profuma di bosco e di amore.


Lo stile realistico ed essenziale, acquista un sapore favoloso e un senso storico che attira l’attenzione del lettore e in questo intravedo tracce dell’arte onesta dell’abruzzese Ignazio Silone che filtra amabilmente luoghi e personaggi attraverso la memoria. Fabio Strinati cerca in alcuni angoli di Puglia il senso di purezza che del vivere è segno di passione condito sempre da colori e suoni. Un rifugio dove coccolare la tenerezza e il silenzio, l’armonia e il respiro profondo del vivere. In alcuni passaggi mi ricorda la poetessa Lucana Anna Santoliquido nativa di Forenza: “fragile l’anima mia cerca il senso della vita per campi di malva e ortiche”. La poeta Santoliquido attinge a stati estetici intraducibili, per raggiungere verità più profonde, dice di lei la saggista Francesca Amendola in “Anima Mundi”.


Ebbene, non piglio d’avventura, Strinati si lancia inconsapevole tra Locorotondo che “gorgheggia umile” e Ceglie Messapica “dal biancore candido”, passando per Martina Franca “dalla voce che sa di tenerezza” e Selva di Fasano “che dà sui trulli e sulle grotte” e Cisternino “d’aria salùbre”. Ma non è un mero raccontare delle meraviglie di Puglia. Infatti in questa silloge ricorre il tema del viaggio e della riconciliazione con la vita e con l’amore: “E fu quel viaggio, in aprile, a ricucirmi al vento col meccanismo della fuga”. La posizione dell’io narrante, nella silloge, aiuta a riscoprire attimi di verità e la creazione poetica che accompagna l’autore viaggia lungo un filo sottile tra realtà e linguaggio. Quindi la riconquista degli spazi verso “l’autunno che si spalanca”. Spazio e tempo e luoghi e sentimenti si rincorrono e si incontrano e si intrecciano in una cornice incantevole come la Valle d’Itria. Del resto, al di là delle tecniche narrative, il percorso poetico è un viaggio dentro le passioni e, quindi, testimonianza.

Nicola De Matteo

Presidente dell’Accademia delle Culture e dei pensieri del Mediterraneo

Quando una donna dedica una poesia ad un’altra donna

Foto Persone foto creata da wirestock – it.freepik.com

Maria Addamiano ci ha inviato dei versi dedicati a una grande donna: Gianna Sallustio

Dell’Amore… Il silenzio

L’ardore spinge una donna

Sulle strade della miseria

oltre meridiani e paralleli

s’incammina.

…..

Ascolta

il clamore silenzioso degli ultimi

curva sulle piaghe dei poveri

è testimone del dolore

della fame

della morte di corpi consumati.

…..

Porta accoglienza

cibo

a mani che la cercano

con occhi più brillanti

di stelle accese

Imploranti la guardano

e tanta luce danno al suo cuore.

8 marzo pubblichiamo poesie dedicate alle donne

In questa Giornata Internazionale dela donna pubblichiamo una poesia di Giovanna Sgherza

TROVA LA TUA VOCE

Come alghe sepolte sotto le onde,

nascondi a malapena il segno della violenza

Il tuo corpo, contaminato dall’abuso

E quasi arreso da una notte senza fine,

cerca disperatamente la luce della verità.

Donna

Non lasciare che la paura ti faccia tacere.

Tu hai la voce perciò usala.

Parla forte, alza la mano, grida il tuo dolore,

fatti sentire.

Trova la tua voce a qualunque costo.

E quando lo avrai fatto

Riempirai il silenzio maledetto.

LA SIGNORA LUCREZIA (Una donna tra due generazioni)

Oggi 8 marzo, Giornata internazionale dei Diritti della Donna pubblichiamo un racconto autobiografico di Marta Pisani

Negli anni ’50 l’Italia, appena uscita dal conflitto mondiale, si ritrova malconcia ma con tanta voglia di ricominciare. Il lavoro non manca per coloro che vogliono rimboccarsi le maniche, specialmente se disposti ad affrontare la lontananza dalla famiglia per rimettersi in sesto.

Nel mio paese, Molfetta, affacciato sul mare Adriatico, da tempi immemorabili, gli uomini si imbarcano sulle grandi navi che attraverso le rotte del Mediterraneo e l’Atlantico giungono ai porti commerciali di Rotterdam, Anversa, Amburgo.

E’ questa la soluzione migliore per ridare alle famiglie quella tranquillità economica perduta negli anni della guerra.

L’alternativa è l’emigrazione. Partono uomini con le valigie cariche di speranze, alla ricerca di “fortuna” in America, Argentina, Venezuela, luoghi ove si parlano lingue incomprensibili ed il futuro è una scommessa. Tutti alla ricerca di un riscatto ed un’opportunità di benessere, a fronte di lavori umilianti che mai avrebbero svolto nel proprio paese e condizioni di vita precari. Ogni genere di sacrificio, pur di sostenere le loro famiglie, nella speranza di ricongiungersi quanto prima.

Si calcola che nel decennio ’50 – ’60 siano partiti 5 mila uomini dalla mia città.

E le donne rimaste a casa come hanno affrontato la condizionedi capofamiglia?

Non hanno avuto bisogno di etichette, non hanno aspettato il movimento femminista degli anni ’70, nè riforme emancipatorie per dimostrare la propria autodeterminazione perchè il matriarcato è stata una caratteristica costante della nostra società.

Le donne, da sempre sole, si sono prese cura dei figli, hanno amministrato oculatamente il denaro, hanno saputo investirlo in beni immobili e duraturi, terreni, la prima casa ed eventualmente un’altra come rendita per la “vecchiaia”.

Con disinvoltura si recano in banca, seppur prive di titoli di studio, si districano ottimamente tra le molteplici forme di investimento, scelgono quelle più vantaggiose, contattano notai, avvocati, stipulano contratti ma non li sottoscrivono a proprio nome.

Già! Perché si fermano ad un passo dalla definizione?

E l’uomo, il maschio, come ha accettato tale intraprendenza?

Forse l’uomo molfettese ricopre un ruolo marginale rispetto alla donna? Nient’affatto!

L’uomo è sempre colui che porta i pantaloni in casa.

Il matriarcato è strisciante, si insinua tra le pareti domestiche, non viene sbandierato. Nell’intimità familiare la figura femminile emerge in tutta la sua  abilità e risolutezza, per tornare a stare un passo indietro in pubblico; nell’ombra, padrona. Insomma, la coppia è fedele al vecchio adagio “il padrone sono io ma chi comanda è mia moglie”.

Ne sono stata personalmente testimone perché io sono la figlia e mia madre, la signora Lucrezia, è stata la  moglie di un “imbarcato”. Con questo termine nel mio paese viene etichettata una vera e propria categoria lavorativa: quelli che, in ruoli diversificati, svolgono mansioni sulle grandi navi intercontinentali, dal comandante al nostromo, dall’ufficiale al semplice marinaio.

Mio padre è restato anche 14 mesi di fila lontano da casa, quando il suo lavoro lo ha portato sulle petroliere che dal Golfo Persico hanno attraversato gli oceani verso le Americhe e il Nord Europa.

E’ mia madre a prendersi cura della famiglia con doppia responsabilità poiché deve render conto al marito degli accadimenti talvolta drammatici che non  sono certo mancati.

Una mia sorella, la “prima Marta”, a soli due anni, si ammala di meningite, non prontamente diagnosticata, e muore.

Io stessa, la “seconda Marta”, all’età di 14 anni, per un’errata diagnosi, rischio la vita e vengo salvata in extremis. Lucrezia è disperata non solo per il pericolo di perdere una figlia per la seconda volta, ma perchè dovrebbe darne conto al marito.

Per fortuna, questa volta, tutto va per il meglio.

Quarta di otto figli, la sua istruzione si ferma alla terza elementare perchè deve accudire ai fratelli più piccoli. Benchè sbagli i congiuntivi e non conosce la poetica di Dante, il romanzo di Manzoni o la scienza di Newton, sorveglia attentamente il precorso scolastico dei quattro figli con l’obiettivo di dare un’istruzione completa, foriera di migliore prospettiva di vita.

La signora Lucrezia gode di grande popolarità nel quartiere, la nostra casa è un porto di mare, perchè dispensa consigli alle donne della sua stessa condizione, specie nella gestione economica e nell’amministrazione  della rendita mensile che giunge da lontano.

Ha il culto del risparmio e del riciclo, ogni cappotto, ogni vestito passa da una sorella all’altra, con un colletto diverso, una passamaneria, un fiocchetto a mascherarne l’età. Non è importante comprare molto ma ciò che è duraturo nel tempo. Provvede con occulatezza alle necessità, sorvola sul superfluo perché, ama ripetere, “del domani non si sa mai!”.

Sa tutto sui depositi bancari e già allora sfrutta la concorrenza tra i vari istituti di credito. Quando ha accumulato un bel gruzzoletto, lo investe nel “mattone”, bene rifugio al riparo da pericoli di inflazione.

Una donna energica, volitiva, sicura di sé, che sa gestire la vita familiare con capacità, sagacia, accortezza. Oggi la si definirebbe intraprendente, allora la si descriveva devota alla famiglia, fedele al marito lontano di cui salvaguarda la figura di capofamiglia e il tradizionale decisionismo maschile.

In questo delicato equilibrio c’è una sensibilità tutta femminile.

Mia madre, fiutato un affare, non se lo lascia sfuggire, valuta, mercanteggia, conclude, poi, alla stipula del contratto, convince la controparte all’attesa fino al ritorno di mio padre, il quale, senza che se ne renda conto, viene guidato a giudicare, ponderare, decidere su ….quello che è stato già deciso.

A firmare dal notaio ci va l’uomo cui viene cointestata la proprietà perchè, se ha “fatto” i soldi, la donna li ha giudiziosamente gestiti. Così viene salvaguardato l’onore del maschio e il rispetto della donna..

In casa il ruolo di pater familias è tenuto in gran conto: lo si aspetta perché sia presente in occasione della Prima Comunione, della Cresima dei figli,  della prima visita del fidanzato, in tutti i momenti importanti della vita familiare.

Mia madre con grande maestria ha saputo rendere la figura paterna essenziale. Era naturale pensare a lui come ad una figura accessoria che provvedeva esclusivamente all’aspetto economico. Al contrario il papà ci appariva come colui che, con il suo modello di vita, sapeva comunicare valori quali il senso del dovere, l’onestà, la rettitudine, la lealtà, la dedizione alla famiglia, la forza degli affetti duraturi.

I rapporti tra padre e figli non sono stati sempre idilliaci, specie nell’adolescenza, l’”età del malessere”, perché mentre la mamma, seppur con difficoltà, si adegua al mutar dei costumi, il papà, colpa l’assenza, rimane ancorato ad una mentalità tutta tradizionale. E qui ella si fa mediatrice tra un passato che velocemente muore, travolto dalla televisione e dai nuovi orizzonti aperti sul mondo  ed un presente foriero di trasformazioni.

E quindi? Si potrebbe definire mia madre e con lei la quasi totalità delle donne del nostro paese antesignane del femminismo ancor prima che questo fenomeno dilaghi? Penso proprio di sì. Non solo!

Avevano compreso già allora che la forma migliore di questo movimento non è quella dura, aggressiva, del detto “il corpo è mio e lo gestisco io”, ma quella moderata che non tradisce del tutto i caratteri della femminilità, la differenziazione dei ruoli nell’ambito della famiglia.

Mi piace concludere con le parole di Luigi Barzini. “Gli uomini dirigono il paese ma le donne dirigono gli uomini, l’Italia è in realtà un cripto-matriarcato”.